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feb2009

Web 2.0 per la Sanità (parte 2)

di Roberto Cobianchi

Web 2.0 per la Sanità (parte 2)

Nella prima parte di questo articolo ho citato alcune esperienze di web 2.0 in ambito sanitario, anche detto eHealth2.0. Esperienze, come dicevo, che hanno l’obiettivo di promuovere conversazioni tra pazienti e con il personale sanitario attraverso siti web e intranet; i contenuti generati dagli utenti testimoniano modalità di vivere la propria condizione di salute superando la tradizionale solitudine dei pazienti e delle loro famiglie.

Ho anche accennato al fatto che questi luoghi di discussione tra pazienti, familiari e infermieri possono rappresentare per i medici un patrimonio informativo ricco, sempre disponibile, al quale attingere per acquisire quel punto di vista che l’attività professionale svolta nei luoghi deputati alla cura è in grado di fornire con più difficoltà.

Nello stesso tempo, però, questi stessi ambienti on-line sollevano interrogativi importanti sulla “attendibilità” delle informazioni che vi si trovano e sulla reale possibilità di rappresentare un punto di riferimento valido per altre persone che soffrono delle stesse patologie.

Come dicevo, le esperienze sono numerose, al punto che è  davvero impossibile elencarle tutte. Rispetto agli esempi di cui parlavo lunedì scorso, ci sono anche:

Alcune esperienze possono essere seguite anche su Twitter: DiabetesMine e tutti i canali informativi di Organized Wisdom, come ad esempio owQuitSmoking; se poi ci interessa “vivere in diretta” le problematiche di gestione di una struttura ospedaliera, non dobbiamo fare altro che seguire il blog Running a Hospital di Paul Levy, Presidente e CEO del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston.

Come si vede già da questa piccola selezione, il web 2.0 e i media sociali non sono appena strumenti “divertenti” o “di moda”, o addirittura “per i patiti del web”, come mi sento troppo spesso dire. Essi possono cambiare il modo che le persone hanno di essere in relazione, condividere esperienze e da questo ottenere conoscenze utili per arricchire il proprio mondo. Ma forse siamo troppo imbottiti di Facebook, o, meglio, di come ce lo raccontano i media tradizionali per ritenere che ci siano delle reali opportunità di business nell’uso di questi strumenti.

Al di là di questo nasce l’interrogativo che ponevo all’inizio e che si può formulare anche in questo modo: dove finisce la semplice condivisione di esperienze e il sostegno reciproco, e dove inizia il rischio che si diffondano pratiche che nulla hanno di medico né di scientifico? E’ sufficiente la presenza di “comitati scientifici” per scongiurare il pericolo che diventino il terreno di caccia di imbroglioni alla ricerca di disperati vulnerabili, disposti a tutto pur di avere una speranza? Quali sono le condizioni affinché tutto ciò raggiunga un livello di attendibilità sufficiente a non mettere a rischio la salute delle persone?

E’ vero che l’intelligenza collettiva ha grandi capacità di autocorrezione, come l’esperienza di Wikipedia ci mostra ogni giorno. Essa stessa, però, periodicamente paga il prezzo della sua libertà, con pagine che vengono modificate ad arte per sostenere tesi o raccontare storie false. Quando si parla della salute, questo rischio andrebbe contenuto al massimo, se non addirittura azzerato.

In ogni caso le opportunità sono enormi, e i luoghi che ho citato rispondono innanzitutto all’esigenza che hanno le persone che soffrono: di sentirsi meno sole, innanzitutto condividendo il proprio senso di solitudine con chi vive la stessa realtà.


 

ARGOMENTO: Tecnologie, Web | TAG: , , , , ,
Abbiamo parlato di: Beth Israel Deaconess Medical Center, Facebook, Paul Levy, Twitter, Wikipedia

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