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La maledizione della conoscenza
di Francesca Fabbri
Ho già raccontato su Intranetlife di quando correggevo le tesi degli amici. Avevo omesso di dire, là, che a tutti dovevo ripetere: scrivi pensando che chi leggerà non conosce ciò di cui parli.
Alla facoltà di Lettere una tesi del vecchio ordinamento poteva portar via un anno di tempo. E in un anno, di cose se ne studiano parecchie. Può capitare di arrivare a saperne di più dell’intera commissione di laurea; ma in che misura riusciremo a condividere con altri, assolutamente digiuni dell’argomento, ciò che abbiamo imparato?
Ecco che entra in gioco la Maledizione della conoscenza - a cui avevo accennato qui, anche se implicitamente e senza saperlo.
Per spiegare di cosa si tratta, nel loro libro “Idee forti” i fratelli Chip e Dan Heath riprendono l’esperimento di una laureanda in psicologia della Stanford University, che consisteva in:
- formare un gruppo di persone
- assegnare a ciascuna il ruolo di tamburellatore o di ascoltatore
- chiedere ai primi di tamburellare una canzone famosa e ai secondi di riconoscerla.
Canzoni indovinate dagli ascoltatori: 2,5%. Previsione dei tamburellatori (prima dell’esecuzione) delle probabilità che gli ascoltatori indovinassero il brano: 50%. Ovvero: “I tamburellatori riuscirono a far passare il messaggio 1 volta su 40, ma pensavano di poterlo fare 1 volta su 2”. Perché? E’ semplice: perché mentre battevano le dita sul tavolo, loro sentivano la canzone. Gli ascoltatori, invece, sentivano solo una serie di colpetti sul tavolo.
Ecco cos’è la Maledizione della conoscenza: “i tamburellatori sono in possesso di una conoscenza (il titolo della canzone) che rende loro impossibile immaginare che cosa si prova a non possederla”.
Il rapporto che si instaura tra il tamburellatore e l’ascoltatore può essere assunto come metafora di tutti i rapporti, anche in ambito lavorativo: capo dell’azienda e dipendenti, insegnanti e studenti, venditori e clienti, scrittori e lettori.
E’ ovvio che non possiamo disimparare ciò che già sappiamo; occorre imparare a parlare in modo diverso. Come suggeriscono i fratelli Heath, l’idea che raccontiamo deve essere semplice, inaspettata, concreta, credibile, emotiva, una storia (rimando i più interessati al libro e al loro blog).
Per chi, come me, vuole provare a raccontare e a scrivere, avere ben presente che la Maledizione della conoscenza esiste è fondamentale. Ancor più, sapere come aggirarla sconfiggerla.
Ora scegli sul web 3 siti di aziende a caso, e dimmi: quanti dei testi che leggi – presentazioni, schede prodotto, pagine che descrivono un servizio – hanno queste caratteristiche? Prova a fare anche l’esperimento contrario, mettendoti nei panni di “colui che sa”. Pensa all’ultima mail che hai mandato, o all’ultimo post che hai scritto, o a quella presentazione powerpoint di cui vai fiero: quanti tra quei 6 aggettivi gli puoi attribuire?
ARGOMENTO: Contenuti | TAG: comunicazione, marketing
Abbiamo parlato di: Chip e Dan Heath
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