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set2009
Architettura dell’informazione 3.0
di Francesca Fabbri
Io amo i libri che “aprono” la testa. Quelli che fanno respirare i neuroni, che fanno intravedere la possibilità di altro al di là delle colonne d’Ercole.
Ecco, il libro di Luca Rosati “Architettura dell’informazione. Trovabilità: dagli oggetti quotidiani al Web” è un po’ di questa razza, della famiglia dei libri che aprono la testa e fanno vera cultura.
Sarà perché io e Luca abbiamo una comune formazione umanistica; sarà per il nostro ambito lavorativo; sarà per il fatto che abbiamo lavorato insieme in più di un’occasione; fatto sta che mi sento molto vicina a questo libro, al suo modo di svilupparsi, alle sue colte citazioni e ai casi di studio presentati.
Certo, non piacerà a tutti. Non piacerà, ad esempio, a chi non è mosso da una certa curiosità. E di sicuro non piacerà a chi vuole sapere l’abbecedario del “come si fa” senza porsi troppe domande sul “perché si fa”.
Il primo passo (ovvero: il primo capitolo) muove in una direzione netta e precisa, e dichiara da che parte Rosati vuole portarci: verso un’architettura dell’informazione trasversale, ovvero verso “l’organizzazione dell’informazione in contesti sia fisici sia digitali”.
E, se qualcuno avesse il dubbio che questa affermazione abbia un sapore troppo teorico, molti dei casi di studio riportati illustrano proprio contesti “ibridi”: dal sito web di un supermercato alla sua (ancora ideale) configurazione fisica, dalla struttura di iTunes (applicazione) all’iPod (dispositivo). Diverse interfacce, ma stessa architettura informativa.
Una delle cose che ho trovato più interessanti è il corpo che prende, mano a mano che scorrono le pagine, il concetto di “user centered” - che, pur non essendo dichiarato, permea l’intero libro (e forse non è dichiarato proprio per il fatto che è punto di partenza e di arrivo di tutto).
Ad esempio, Rosati ci dice che la coerenza a tutti i costi di uno schema di classificazione è forse un falso problema, perché mette in secondo piano le finalità pratiche di catalogazione e gestione dell’informazione: uno schema di classificazione non deve servire a sé stesso ma all’utente e all’uso che egli ne fa.
O ancora, occorre che un sistema di classificazione tenga conto dell’information seeking, ovvero delle diverse strategie di ricerca dell’informazione che possono adottare utenti diversi (“persone diverse cercano in modo diverso perché hanno obiettivi e modelli mentali diversi. Ma anche il medesimo individuo cerca in modo diverso in tempi o in contesti diversi”). Un altro modo per sostenere che, innanzitutto, al centro dell’architettura dell’informazione (o almeno di quella di Rosati) c’è l’utente.
La lettura di questo bel lavoro di Luca mi porta a due diverse considerazioni circa l’architettura dell’informazione:
- il suo campo d’azione è lo spazio, inteso come luogo in cui si ascrive un’azione o una relazione umana - e, poiché ha a che fare con l’uomo, l’architettura dell’informazione non è una scienza esatta o perfetta (pur avendo solidissime basi scientifiche e “accademiche”)
- proprio perché non è una scienza esatta o perfetta, l’architettura dell’informazione è una disciplina continuamente perfettibile.
(PS: la foto di questo post è un omaggio al primo paragrafo del capitolo 3 “Il problema dei formaggi e la ricerca dell’informazione”: io e Luca siamo ritratti alle Balze del Monte Fumaiolo mentre cerchiamo di scegliere un pecorino)
ARGOMENTO: Contenuti | TAG: architettura dell'informazione, recensioni
Abbiamo parlato di: Luca Rosati
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Davide, 4 settembre 2009
Quando un libro fa cultura ti permette di vedere la realtà sotto vari punti di vista. Io sono riuscito a considerarne vari dopo aver letto il libro di Luca.