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Intervista a Ilaria Mauric, art director e designer delle interfacce

Continuamente ho la fortuna di incontrare e conoscere persone che fanno il mio lavoro, o che lavorano nel mio stesso ambito; persone molto spesso interessanti, curiose, dinamiche; persone che mi vien voglia di conoscere meglio e più a fondo. In occasione dell’ExperienceCamp 2010 ho rivisto Ilaria Mauric; il suo intervento mi ha colpito molto, e così ho pensato di prendere parte alle interviste cui Roberto ci sta abituando, e farle qualche domanda sul suo lavoro. Buona lettura!

FRANCESCA: Sul tuo sito ti definisci “art director” e “designer delle interfacce”. Mi puoi spiegare bene di cosa ti occupi? Che differenza c’è tra le due figure?

ILARIA: L’art director si occupa di definire l’immagine e il sapore di un progetto: il taglio visivo, il tono da usare, il tipo di comunicazione da tenere… tutti aspetti maturati studiando storia dell’arte e della comunicazione visiva, tipografia, fotografia, teoria della percezione… Non mi stupirei se i nuovi corsi di progettazione grafica includessero anche lo studio di altre materie, come cinema, video animazione, e perché no?, interazione. L’art director lavora coordinandosi con altre figure professionali: dal tipografo al fotografo, dal professionista del 3D al team di sviluppatori. Invece, il cuore della professionalità del designer delle interfacce sta nel costruire un ponte usabile e comunicativo tra l’utente e un sistema (un sito, un’applicazione o altro). Il designer delle interfacce può ereditare il taglio grafico da un altro art director, ma, se ne ha le competenze e se il progetto lo richiede, può crearne uno nuovo. Per questo aspetto puramente grafico servono le stesse basi di un art director: quello dell’art director è un mestiere trasversale, mentre il designer delle interfacce è specifico e di settore.

Io mi muovo in questi due campi: come art director, posso progettare loghi, immagine coordinata, cataloghi, brochure, pieghevoli, un servizio fotografico o il taglio di una campagna pubblicitaria; come designer delle interfacce posso far proseguire la progettazione anche nel campo del web e dei nuovi dispositivi. Le due figure hanno in comune diversi aspetti, ma quello che mi preme sottolineare è il lavoro in gruppo: entrambe le figure non concludono niente se non lavorano con un gruppo di professionisti. Solo parlando con le altre figure professionali possono emergere aspetti nuovi e innovativi in un progetto.

FRANCESCA: Quando ci siamo viste all’ExperienceCamp mi hai raccontato del tuo salto non dalla carta al web, come in molti ancora si aspetterebbero, ma dalla carta al design di interfacce innovative, mobile ecc. Pensi che il web sia già “vecchio”?

ILARIA: No, assolutamente. Penso che tra poco saranno vecchi i dispositivi con cui siamo stati abituati ad accedere alle informazioni online. Il mio, poi, non è stato un salto dalla carta al web. Da quando ho iniziato a lavorare, ho sempre tenuto un occhio sul web e negli ultimi anni ho potuto buttarmi sempre di più in questo mondo. È questo uno dei motivi che mi ha fatto venire voglia di cambiare: volevo essere più libera di lavorare su progetti più ampi, non relegati solo alla stampa.

FRANCESCA: Qualche settimana fa hai partecipato al WhyMCA presentando una specie di “esercizio”: il design dell’applicazione per iPhone di un sito web. Quali sono gli aspetti più critici e sfidanti di un’operazione come questa? Hai trovato qualche investitore interessato a realizzare per davvero il tuo progetto?

ILARIA: Ecco, l’esercizio che ho portato è il classico esempio di lavoro come “designer delle interfacce”. Il progetto grafico c’era già, il compito che mi sono data è stato quello di farlo funzionare su un dispositivo diverso, semplificandone l’uso e l’accesso. Le sfide sono state diverse: ragionare senza condizionamenti esterni (“siccome tutti gli altri hanno fatto così, lo faccio anch’io”); stabilire delle priorità; provare a capire le peculiarità di un nuovo dispositivo, la sua ergonomia, i pro e i contro… e da tutto questo cercare di far nascere l’interfaccia più funzionale possibile. I commenti dopo il WhyMCA mi hanno aiutato a mettere a fuoco diversi aspetti che non conoscevo o che avevo solo sfiorato. Investitori no, non ne ho trovati… Anche se sarebbe bello trovare qualche sviluppatore che avesse voglia di provarci. Purtroppo tutti quanti combattiamo con problemi di tempo 🙂

FRANCESCA: Se non sbaglio, dopo diversi anni in azienda, da qualche mese sei libera professionista. Cosa ti ha portato a rinunciare al posto fisso, tanto agognato anche dalla nostra generazione? Puoi già fare un bilancio dei primi mesi?

ILARIA: Ho avuto una lunga serie di motivazioni, che ho maturato pensandoci per diversi mesi… potrei darti una risposta lunga un’ora. La riassumo in questi punti: il posto fisso ha molti vantaggi, ma anche tanti svantaggi. Puoi contare su uno stipendio “sicuro” (lo dico tra virgolette, visto che non sempre è così – nel mio caso lo è stato), sai che lavorerai un certo numero di ore e che quando tornerai a casa potrai staccare. Sai che se sbagli, alla fine non sarai tu in prima persona a pagarne le conseguenze; sai che ci metti la faccia, ma fino a un certo punto. Lo stesso vale per le soddisfazioni e le decisioni. Sai anche che devi timbrare il cartellino, lavorare entro un certo numero di ore assegnato e magari con modalità che non condividi. Dovrai chiedere di poterti aggiornare, di poter avere permessi e ferie, di poter avere un aumento di stipendio. E potrei continuare… Posto fisso, in effetti, è la definizione giusta: nel bene e nel male. Dopo 10 anni, questo modo di lavorare ha iniziato ad andarmi stretto. In più, ho visto che non poteva funzionare soprattutto su alcuni settori e progetti, in cui gli investimenti e gli aggiornamenti sono quotidiani. Ho iniziato a marzo, non sono neanche 4 mesi 🙂 E’ davvero presto per tracciare un bilancio, però ogni giorno che passa ho la sensazione di aver fatto la scelta giusta, anche se alla fine lavoro molto di più di prima. Comunque vada, non tornerei indietro; al più cercherei nuove strade.

FRANCESCA: Che consigli daresti ai ragazzi che vogliono fare il tuo lavoro?

ILARIA: Sicuramente di essere umili, curiosi e aperti al confronto.

ROBERTO: Come ti vedi tra 5 anni? Cosa vorresti fare?

ILARIA: Questa risposta è certamente condizionata dal momento particolare che sto vivendo, visto che sono in pienissima fase di startup. Mi vedo capace di amministrare la contabilità e quindi gli investimenti. Lo specifico perché so che per i prossimi tre anni è bene che mi prepari a sorprese di ogni tipo… e senza un minimo di stabilità non si possono fare progetti. A livello puramente professionale, mi piacerebbe essere inserita nella rete che oggi sto creando, per lavorare su progetti sempre più innovativi.

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