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Social Media Journalism di Barbara Sgarzi

Una sera di fine febbraio, una conversazione tra professionisti. Protagonista della serata una giornalista di origini genovesi, Barbara Sgarzi, e il suo libro Social Media Journalism. Me ne accaparro una copia autografata e con tanto di dedica per noi di Mimulus e inizio a leggerlo.

Nell’introduzione trovo scritta una grande verità: per non diventare una semplice comparsa (o addirittura una meteora social) è opportuno chiedersi, prima di aprire un account su una qualsiasi piattaforma, a cosa mi serve? cosa ci faccio? sono in grado di gestirlo?

Molti considerano i social network incubatori di stupidaggini, ma se ciò è vero in parte è colpa nostra e dipende, sostanzialmente, dalle persone che decidiamo di seguire. Come nella vita reale, infatti, colleghiamoci solo con persone in linea con i nostri interessi e l’accezione negativa sui social cambierà radicalmente.

Un pò di numeri

Il testo si apre con uno sguardo sulle cifre relative ai social, dalle quali emergono interessanti informazioni per chiunque voglia individuare le proprie personas: su Facebook, ad esempio, sono in calo gli utenti under 18 e le fasce 19-24 e 30-35. In crescita invece le fasce 25-29, 35-45 e soprattutto gli over 55.

Cosa fanno queste persone sui social? Può sembrare strano ma cercano notizie, al punto tale da aver consentito a questi ultimi di superare la TV come fonte d’informazione. I social sono dunque entrati nella quotidianità del gesto informativo, una quotidianità in cui ogni contenuto è una storia a se stante, fruibile anche lontano dal contesto originario.
A dare una spinta propulsiva in tal senso ai canali social, hanno sicuramente contribuito:

  • gli Instant Articles – documenti ottimizzati per garantire un’esperienza di navigazione migliore e più veloce da mobile (considerato il prevalere del traffico generato dai dispositivi mobili)
  • l’utilizzo degli hashtag – che permettono di “aggregare” le notizie per temi e quindi di avere un focus puntuale sugli argomenti che più ci interessano.

Tuttavia, se l’utilità di Facebook e Twitter è indubbia per chi fa informazione, non è lo stesso per piattaforme quali Instagram e Pinterest (anche se Instagram è diventato, specie negli ultimi anni, un must have per chiunque faccia informazione nel campo del food, della moda e del beauty). Utilizzare piattaforme basate sulle immagini, infatti, richiede una strategia ancor più dettagliata: bisogna capire se ha senso usarle, in che modo, e se vale davvero la pena investirvi risorse.

Qualche consiglio

Proseguendo, la Sgarzi sottolinea come (a prescindere dalla scelta di questa o quella piattaforma) sia indispensabile scrivere news utilizzando un tono familiare che faccia percepire la presenza delle persone dietro alla testata, creando o rafforzando così la community che esiste intorno a essa.
Al di là del tono colloquiale, la parola d’ordine per chi posta contenuti resta comunque fact checkinginteso come senso di responsabilità nel verificare la veridicità delle informazioni, per non contribuire alla diffusione delle cosidette “bufale”.

Gratis e facili da usare, la Rete offre a tal fine utili strumenti di verifica quali TinEye (da utilizzare per controllare quando un’immagine è stata postata online per la prima volta) o il più generico Verification Junkie; di questi viene fatta una puntuale descrizione nel testo.

“Pillole” conclusive

In conclusione, nell’epoca in cui non esiste più distinzione tra pubblico e privato, online e offline, i suggerimenti che possiamo trarre da questa lettura sono:

  • costruiamo la nostra reputazione aggiungendo il nostro personale conbributo ai contenuti condivisi: content curation
  • verifichiamo le fonti e correggiamo gli errori
  • non serve essere ovunque – apriamo account solo sulle piattaforme che abbiamo realmente intenzione di usare, e chiudiamo quelli inutilizzati.

Che dire, quella sera di fine febbraio (al #tolktolk di Dora) ho fatto una piacevole scoperta!

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