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IAD: Internet Addiction Disorder

Pensavate di esservi liberati dei miei ansiosi articoli, vero? Vi ho lasciato un po’ di tempo per riprendere fiato, ma adesso è ora di ripartire alla grande con le nostre patologie sconosciute.

Questa volta, protagonista del nostro articolo sarà l’unica malattia riconosciuta e inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5): la IAD, Internet Addiction Disorder (“Disturbo della dipendenza da Internet”).

Classificata come un disturbo del controllo degli impulsi, la IAD comprende diverse forme e sottocategorie minori, che spaziano dalla dipendenza da social network, al gioco d’azzardo fino alla pornografia e allo shopping compulsivo online. Scopriamo di cosa si tratta.

La sigla fu coniata nel 1995 dallo psichiatra Ivan Goldberg e inserita in un saggio satirico che trattava di “persone che trascurano i loro obblighi familiari per sedersi a fissare uno schermo mentre navigano su Internet“.

Come individuare il disturbo?

Altra personalità di spicco nel panorama delle dipendenze da Internet è la statunitense Kimberly Young: psicologa ed esperta mondiale della IAD e dei comportamenti online, fu una delle prime a nominare il disturbo in un giornale del 1996.

Con l’obbiettivo di valutare il grado di rischio psicopatologico legato all’utilizzo di Internet, la Young ha elaborato lo IAT (Internet Addiction Test): il questionario mira a identificare chi trascorre un tempo esagerato sul web (anche 40/50 ore a settimana) fino al trascurare gli affetti e gli impegni quotidiani. A seconda del punteggio, il soggetto può autovalutare il proprio livello di dipendenza in base al profilo ottenuto.

Non è facile individuare la dipendenza in un soggetto a rischio, tuttavia è possibile notare alcuni sintomi che caratterizzano la IAD:

  • la vitale necessità di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per trarne soddisfazione
  • il bisogno di navigare per periodi più lunghi di quelli pianificati trascurando gli impegni della vita reale, causato da un’impossibilità di interrompere volontariamente l’utilizzo del web

Tuttavia, risulta più problematica la fase successiva alla disconnessione: proprio quando ci si scollega insorgono ansia, depressione, agitazione psicomotoria e pensieri ossessivi che non permettono di preoccuparsi di altro se non sapere cosa stia accadendo online; non vi è dubbio che questi siano i principali sintomi di un’astinenza in corso. Anche mentire ai familiari riguardo l’uso di Internet, continuare la navigazione nonostante i problemi fisici (emicrania, iper-sudorazione, tachicardia, crampi, bruciore agli occhi) denota un’attiva dipendenza causata da un uso disfunzionale del web.

Le fasi dell’Internet Addiction Disorder

Sono state individuate tre tappe fondamentali nello sviluppo della IAD:

  • tolerance: l’interesse ossessivo per la navigazione e gli strumenti tecnologici in generale, nonché il controllo compulsivo della posta elettronica e delle piattaforme di socializzazione
  • astinenza: riguarda il malessere, l’agitazione e il disagio che si palesano quando non si è collegati; si rinuncia per esempio al sonno, oppure si utilizza la rete per scopi personali anche durante l’attività lavorativa o scolastica perdendo la capacità di scindere il “sé reale” dal “sé virtuale”, disturbo diffuso soprattutto tra adolescenti e bambini
  • craving, o “tossicomania”, rappresenta il bisogno irrefrenabile di collegarsi a Internet: se non viene soddisfatto, causa sofferenze fisiche e psicologiche, con fissazioni del pensiero, rabbia ed irritabilità, malessere, ansia e, nei casi più gravi, derealizzazione: il mondo reale viene percepito come un ostacolo all’esercizio, illusorio, di onnipotenza virtuale.

I sintomi descritti hanno numerose somiglianze con quelli causati dall’abuso di sostanze e da dipendenze come il gioco d’azzardo, i disturbi sessuali o lo shopping compulsivo.

Le dipendenze specifiche:

Esistono inoltre delle dipendenze minori legate all’utilizzo di Internet che si sviluppano in due fasi:

  • nella prima fase, di osservazione ed esplorazione, possono svilupparsi fenomeni compulsivi come il Net-Gaming, il Trading finanziario online, lo shopping compulsivo, ma anche la CyberPorn Addiction e l’Information Overload Addiction, o “sovraccarico cognitivo”, che inibisce le capacità di attenzione e valutazione critica delle informazioni
  • nella seconda fase, chiamata “relazionale/comunicativa”, si rischiano di attivare dipendenze di tipo cyber-relazionale, come la Social Network Addiction, la Chat Addiction e la CyberSex Addiction.

Le cause:

Sono state individuate quattro categorie di elementi che contribuiscono all’insorgenza di psicopatologie congiunte ad Internet:

  1. disturbi psichici preesistenti, causa nel 50% dei casi dello sviluppo della dipendenza: un passato di dipendenza multipla, condizioni psicopatologiche con disturbi depressivi, ossessivi-compulsivi, bipolarismo, compulsione sessuale, abuso infantile e gioco d’azzardo
  2. condotte a rischio, come per esempio un eccessivo consumo di alcool o sostanze, una riduzione delle esperienze di vita e delle esperienze reali, ecc…
  3. eventi di vita sfavorevoli, come i problemi lavorativi o personali, che inducono il soggetto a utilizzare Internet come valvola di sfogo
  4. proprietà psicopatologiche tipiche della rete, come l’anonimato o le pulsioni di onnipotenza che rischiano poi, nelle casistiche più gravi, di degenerare in pedofilia, sesso virtuale, gioco d’azzardo o creazioni di false identità.

L’eterno dilemma: dipendenza o psicopatologia?

Quando, negli ultimi anni, gli esperti hanno iniziato a parlare della Dipendenza da Internet come un disturbo vero e proprio, Goldberg ha risposto criticamente affermando come la IAD esista come una qualsiasi altra forma di dipendenza: è possibile esagerare con ogni cosa, quindi considerarla una patologia potrebbe essere un errore.

I pareri degli esperti sono tra loro contrastanti: essendo la IAD ancora una diagnosi sperimentale inutilizzabile a fini legali e ancora bisognosa di studi approfonditi, molti professionisti sostengono che non possa essere considerata uno specifico disturbo psichiatrico, ma piuttosto un sintomo psicologico che può collegarsi a quadri clinici già esistenti: in parole povere, è fondamentale sottolineare che alla base esiste una struttura emotiva molto fragile, causata dall’assenza di autostima, dal trovare insoddisfacente il rapportarsi agli altri (sfera relazionale), e dall’insorgenza regolare di pensieri ossessivi (sfera cognitiva).

Riassumendo, gran parte della diatriba clinica si concentra sulla questione se l’utilizzo esagerato di Internet costituisca o meno un disturbo: anche se il rapporto malsano di alcuni soggetti col web sembra impedire loro di condurre un’esistenza attiva e dinamica, non è chiaro se Internet sia la causa o l’effetto del problema.

Componenti motivazionali:

Ma cos’ha Internet di così speciale da spingere le persone ad assumere comportamenti così malsani? L’abuso del web è innescato da meccanismi neurologici e psicologici di piacere: a livello cerebrale ciò è dovuto ad un maggiore rilascio di sostanze psicotrope psico-attivanti, e a livello mentale dal ripetuto formarsi di schemi compensatori che spingono il soggetto a un riutilizzo crescente della piattaforma.
Nel 2008, l’esponenziale diffusione di Facebook ha posizionato l’Italia al primo posto nel mondo per più alta percentuale di incremento utenti: nel nostro Paese più di 5.000 ragazzi sono considerati a rischio dipendenza, circa 8 adolescenti su 10 sono continuamente connessi ad un social network di cui aggiornano ossessivamente il profilo personale.

Proprio giovani e giovanissimi sono più spesso prede di questa moderna forma di dipendenza essendo ancora in cerca di certezze e di un’identità definita: trascorrono gran parte del loro tempo sul web per restare in contatto con il proprio gruppo di pari, unica istituzione cui si dà ascolto, e si cercano strade per la costruzione di una spiccata personalità.

Tuttavia, i ragazzi non sono le uniche vittime dell’evoluzione tecnologica; se si somma il tempo che un adulto trascorre davanti ad uno schermo (PC, cellulare o TV), si totalizza un complessivo di 8/9 ore al giorno: rimane poi poco tempo per dedicarsi ad attività rilassanti e alla cura delle relazioni personali. Ultimamente si tende a ricorrere alla tecnologia ogni volta che si presentano problemi o difficoltà: si preferisce rifugiarsi negli svaghi offerti per sfuggire alle sensazioni di ansia e solitudine tipiche della vita reale.

Inoltre, per quanto riguarda i social network, essi hanno il potere di portare l’utente ad un occultamento delle ansie personali, delle preoccupazioni e del proprio senso di solitudine: per questo motivo le chat con altri utenti e le richieste di nuove amicizie fungono da rafforzamento del proprio ego. Questo tra l’altro provoca una distorsione del vero significato di “rapporti amicali”, e può portare anche ad una vera e propria dipendenza da amicizia, o “amicodipendenza”, che spinge il soggetto a un uso compulsivo della piattaforma al fine di controllare nuove condivisioni o richieste da parte di possibili nuovi amici.

Le dinamiche psico-emotive si basano su un qualcosa di virtuale che dà all’individuo sicurezza e autostima fittizie: proprio questo porterà allo sviluppo della dipendenza, all’isolamento sociale e di conseguenza al danneggiamento delle sfere lavorative, sociali, affettive e familiari. A partire da questi ultimi, è possibile notare la presenza o meno della IAD: quando l’utilizzo smodato di Internet riduce la qualità interattiva e relazionale dell’individuo, impedendogli anche di tener fede ai normali impegni del quotidiano, allora potrebbe essere un primo sintomo della presenza della patologia.

La prossima analisi riguarderà un’altra forma di dipendenza affluente della IAD, ma legata all’uso disfunzionale del PC e dei videogiochi: PCU, Pathological Computer Use.

Ma intanto fate lo IAT e assicuratevi di non essere (ancora) dipendenti da Internet 🙂

 

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